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 Riflessione sul Nichilismo I

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MessaggioTitolo: Riflessione sul Nichilismo I   Dom 12 Dic 2010, 20:42

Le riduzioni biologistiche, empiristiche, e in generale relativistiche, tentano in tutti i modi di obnulibare la fonte ragionevole della filosofia e dell'orizzonte delle scienze umane che tralascino lo schietto confronto con la circondanteci prassi tangibile...
L'universo sapienziale "incorruttibile" della scienza offusca il valore (ritenuto presunto) del campo d'indagini del "profondo", per aprirsi ad una mera orizzontalità fittizia.
Non è difficile rimanere plasmati da una tale mentalità riduzionistica: è di certo la via più diretta ad un sapere comunque rilevantesi tale, l'assumere un ingranaggio di potenza eminentemente (fattualmente-) empirica..
Che cosa è la spinta relativistica? Che cosa è la molla relativistica se non l'(auto-) annullamento di una dinamica personalità?
"Si tratta di domande che possono essere immediatamente svuotate, sostenendo che l'uomo è solo un prodotto della cultura": così, Vincenzo Costa, in una conferenza tenutasi Venerdì 14 Marzo 2008 all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si esprimeva introducendo l'annoso problema della natura umana.
Lo stesso filosofo proseguiva così il suo intervento: "Che tipo di esseri siamo noi umani? Vi è qualcosa come una natura umana? Si tratta di domande che possono essere immediatamente svuotate, sostenendo che l'uomo è solo un prodotto della cultura".
Il biologismo impone che la natura dell'uomo sia di non avere alcuna "natura umana".
Secondo questa concezione "l'uomo è un'invenzione recente di cui l'archeologia del nostro pensiero mostra la data recente. E forse la fine prossima" (M. Foucault, Le parole e le cose. Un'archeologia delle scienze umane).
Questa comune dotazione biologica, non può aprire che uno spiraglio "negativo" (già ineriva a ciò Martin Heidegger) per l'ontologia umana in quanto tale.
Ancora Costa ci dice che "se seguiamo questa riduzione naturalistica dovremmo dire che se fossimo programmati o strutturati diversamente allora potremmo o saremmo costretti a pensare diversamente, per cui per un soggetto diversamente strutturato dal punto di vista biologico il principio di non contraddizione non sarebbe più valido".
L'agire diventa espressione di mere cogenze naturali. Tutto è/sarebbe moralmente concesso ("non potevo per via della - mia - natura agire diversamente").
Saremo tutti d'accordo che la cultura è un aspetto fondamentale dell'essere umani; saremo tutti d'accordo che le "riduzioni" (imposte) indeboliscono il sub-strato coscienziale-coscienzialmente intelligente del proprio ego.
Ancora: Che cosa è l'essere umano nella sua più viva intelligenza naturale fondamentale? C'è qualcosa che si può affermare di solito come base intelligente della nostra intelligenza? (e così via); (ancora) si tratta di domande che possono essere immediatamente svuotate, sostenendo che l'uomo è solo un prodotto della cultura.
"Ho una gran paura che questa natura - la natura umana - sia anch'essa un primo costume, così come il costume è una seconda natura..Il costume è la nostra natura" (Blaise Pascal).
Il problema della filosofia, per Costa, sta nell'assumere la consapevolezza che dalle "riduzioni semplicistiche" si evince che "la nostra natura consiste nel non avere alcuna natura".
Ora, noi ci chiediamo: come è possibile che la natura umana consista nel non avere alcuna natura? Come è possibile affermare il resoconto semplicistico del puro empirismo?
La denuncia relativista muove proprio nella direzione dell'appiattimento dell'essere e dell'essere umano al suo livello biologico, empirico, fattuale.
D'altronde, perchè credere a qualcosa oltre l'esperienza, se questo "oltre" non è immediatamente esperibile? Il relativista assume come propria una bella frase del filosofo tedesco G. W. F.Hegel (che chiaramente non la intendeva in un senso così "basso"): "non c'è nulla di più profondo di ciò che appare in superficie".
Non è difficile rimanere abbagliati da questa luce, una luce intensa che tuttavia può diventare ben fioca se si assume un particolare punto di vista
L'intuizione non è mia, ma di una figura straordinaria della filosofia francese del secolo scorso, Jacques Maritain.
Questo personaggio intuiva la debolezza della posizione relativista, della posizione del metodo "empirico-storico" (così è chiamato nel suo testo, Nove lezioni sulla legge naturale): riassumendo velocemente, ma tentando di non offuscare la dilungata e meticolosa indagine maritainiana, se si ammette che la natura umana sia la determinazione dell'"istante storico", della mera prevalenza di un costume o di una moda su un'altra, il ragionamento porta alla deduzione che se dovesse arrivare un periodo di straordinari ostracismi, rivoluzioni e scombussolamenti vari che portino le culture ad imbarbaririsi terribilmente, allora questa "moda" diventerebbe la routine per la società "giusta" o comunque "regolare" (regolata dal tempo corrente), cioè varrebbe l'equivalenza natura = "moda".

Per ora posto solo questo; aspettando altra utenza (ho già avvisato qualcuno e altri verranno informati nei prossimi giorni) direi che di materiale per sentire opinioni altrui ce n'è a sufficienza...
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